|
La vita e le opere di
Francesco Angeloni ternano ed europeo
di POMPEO DE
ANGELIS
Il primo Angeloni
Francesco Angeloni nacque
a Terni nel 1587. Il padre Giovan Pietro l'ebbe di secondo letto da
Prantilla Pontani; dal precedente matrimonio con Fulvia Lancia, aveva
generato quattro figli: Olimpia, Giovan Battista, Filippo e Beatrice.
Francesco fu collocato a Roma, tra il 1602 e il 1603, negli uffici
cardinalizi di Pietro Albobrandini, con compiti di scrivano, su
raccomandazione dell'umbro Erminio Valenti, maggiordomo del cardinale.
Lo individuiamo, come personalità, nei 1606, quando apparve il suo primo
scritto: Relatione et viaggio fatto dalla S. t. di N. s. re Papa Paolo
V nell'andare a prendere il possesso della sacrosanta basilica
lateranense, da Francesco Angeloni (Roma, 1606).
A partire dal Cinquecento era invalso il costume di celebrare teatralmente
l'ingresso di un nuovo pontefice nel palazzo residenziale del Laterano:
si allestiva una cavalcata, che muoveva da San Pietro fino alla residenza
del papa, traversando una città pavesata, monumenti scenografici effimeri
che impegnavano i grandi architetti, rievocando scene mitiche, tra spari
pirotecnici, orchestre e cantanti. Quella volta, per la Festa del
possesso, come si chiamava la cavalcata, a benedire in groppa al suo
cavallo era un papa giovane e atletico: Camillo Borghese, con il nome di
Paolo V Quando fu scelto dal Conclave, il 16 maggio del 1605, era il più
giovane dei cardinali e aveva cinquantadue anni.
Francesco Angeloni rimase affascinato dalla fastosa cerimonia e ne fece la
cronaca, pubblicata in libretto un anno dopo, nello stile dellAvviso.
L'educazione
Angeloni proveniva da una
città amante del teatro. Qualcuno, a Terni, aveva pienamente applicato la
lezione di Baldassarre Castiglione, contenuta nei suo Prologo alla Calandra
del Bibbiena (edizione del 1513), e ne1 Dialogo intorno alla nostra
lingua di Machiavelli del 1514, in cui si privilegiava la commedia
nuova, in prosa non in versi, moderno non antiquo, vulgare e non
latino, come sosteneva il Castiglione, e che fosse uno specchio di
vita privata, come dichiarava il Machiavelli.
Chi mostrà come questa lezione fosse penetrata a Terni fu un
commediografo, Paolo Rossi, molto popolare nel suo tempo e stampato in
varie città dell'Italia centro-settentrionale. Lui riprese la teoria
del teatro machiavellesco nel Prologo de Il cieco, commedia
pubblicata in Ancona nel 1595, in cui sostiene: Questa commedia
imitando l'esempio dei più grandi autori comici antichi non si alza al
gusto di certi spiriti sublimi del tempo d'oggi, che, volando a guisa di
aquile il più alto che possono, vorrebbero attingere acqua alla fonte del
Giardino del grande motore del cielo; n s'abbassa tanto da trasgredire
la convenienza dei sensi, ma spiegando gli affetti umani, con discorsi
dolci piani e gustosi cerca di giovare quanto può: che più importa.
Abbiamo, tra i ternani, qualcuno che invece acquistà fama nel teatro
macchinoso di corte, volando a guisa di aquile, Rubino Orlandi, autore di Giulio
Cesare trionfante, che fu tra i primi in Italia nell'opera barocca.
A costui probabilmente si riferisce Paolo Rossi, che, al tempo stesso,
disprezzava i saltimbanchi e sentenziava la fine del dramma liturgico
sostenuto dal moribondo Liceo locale, ma affermava, per dirla con le sue
parole, il teatro dei gentiluomini, cio dei piccoli signori
urbani.
Di Paolo Rossi ci rimangono tre commedie: la già citata Il cieco
(Venezia 1397), Il commissario (Fermo 1596), La rosa
(Macerata 1599). A Terni impression il pubblico quella intitolata Il
commissario, perché presentà personaggi della realtà cittadina, pur
inselvatichiti in campagna, svolgendo il tema del banditismo nella boscosa
Valnerina, confinante con la città.
L'entusiasmo di Francesco Angeloni per Paolo V fu rafforzato dal fatto
che questo papa eman, tra i primi suoi atti di governo, leggi più
severe contro il banditismo, una piaga che i ternani sentivano fortemente
dopo la rivolta dei Banderari del 1564, che vide l'ingresso dei banditi
entro le mura urbane e che provoc, per reazione, un reggimento della
città da parte dei gentiluomini, con l'esclusione dal potere dei
rappresentanti popolari (i Banderari appunto), collusi coni briganti.
Sulla rivolta dei Banderari e sulla loro punizione, con pene capitali,
questo è il giudizio dell'Angeloni espresso nella Storia di Terni;
Quindi che non avendo i Banderari usato nelle azioni loro, se non
l'estremo senza il mezzo, convenne che col rigore della giustizia
comprendessero la forza delle leggi.
Il notariato
Un'altra caratteristica
della città natale determin il destino dell'Angeloni.
All'inizio del Seicento la città abbandonava gradualmente la sua
struttura rurale e assumeva un carattere ordinato, tendente a esaltare le
carriere professionali. Il decoro urbano fu una preoccupazione evidente
dell'amministrazione civica gentilizia. Dopo la sconfitta dei Banderari
si proibirono le macellazioni del bestiame in piazza e la permanenza delle
baracche dei macellai sulle vie. Gramolare la canapa fu proibito entro la
cerchia urbana; le strade principali vennero protette dall'acciottolato,
invece che dalla cortina di mattoni che si sbriciolava sotto le ruote
ferrate dei carri; si ebbe cura di diminuire lo sterco delle bestie nei
viottoli. Sorgevano i palazzi signorili. Il Liceo Santa Lucia si rinnov
nel corpo docente e nelle discipline; ci fu persino, in quell'inizio
secolo, alla testa della diocesi ternana, un eccezionale vescovo,
monsignor Antonio Onorati.
Terni superava il peso delle corporazioni medievali, mantenute in vita dai
Banderari. La professione notarile divenne una carriera libera.
Tra i borghesi, Francesco Angeloni fu avviato alla disciplina notarile per
poter emigrare nella capitale.
A Roma, i meriti di Francesco emersero rapidamente: ottenne incarichi di
crescente fiducia nell'ufficio di monsignore Girolamo Agucchi, divenuto,
in sostituzione di Erminio Valenti, maggiordomo degli Affari di Stato del
cardinale Pietro Aldobrandini.
Quando, nel 1604, Girolamo Agucchi fu ordinato cardinale, Francesco
AngeIoni pass al servizio del fratello minore di costui, monsignor
Giovan Battista.
Nel 1605,11 papa Aldobrandini (Clemente VIII) scomparve. Era appartenuto a
una famiglia di fuggiaschi fiorentini. Assunto il triregno, aveva fatto
cardinali due suoi nipoti e aveva affidato loro gran parte della gestione
della Chiesa. Alla morte dello zio, il potente cardinale Pietro
Aldobrandini fu il capo del maggior partito del conclave. L'uomo più
qualificato alla successione di Clemente VIII apparve il cardinale Baronio,
sostenuto dal partito degli Aldobrandini. Ebbe perà contro gli spagnoli,
che lo rimproveravano di aver sbugiardato, nella sua colossale opera, gli Annali
Ecclesiastici, la così detta Monarchia Sicula (un documento
che attribuiva alla Spagna il regno dell'Italia meridionale fin dai
tempi di Urbano Il). Il torno che trattava questa vicenda usc nel 1605 e
ne fu proibita la diffusione in Spagna.
Cosicch Baronio non raggiunse la maggioranza dei due terzi per solo otto
voti di opposizione spagnola. Venne allora scelto, sempre su pressione di
Pietro Aldobrandini, il cardinale Alessandro Ottaviano de Medici, con
il nome di Leone XI, ma il suo pontificato durà ventisei giorni.
Pietro Aldobrandini fu anche il regista del compromesso che portà
successivamente alla scelta di Paolo V.
Si dipan, sotto gli occhi del giovane temano, una delle più intricate
manovre delle grandi potenze e Francesco si avvide dei mezzi formali e
sostanziali dell'arte della diplomazia, al servizio degli attori di
primo piano dell'epoca.
In seguito alla pubblicazione della Relatione, omaggio al nuovo
papa Paolo V, Angeloni raggiunse la carica di protonotario apostolico: un
ruolo di rilievo nella curia romana, in quanto consentiva di partecipare
al collegio di undici notai che registravano gli atti della sede
apostolica.
Il sodalizio con Giovanni Battista Agucchi
L'elevazione dell'Angeloni fu anche spirituale,
a seguito della frequentazione di Giovanni Battista Agucchi. In Angeloni
si fece vivo un nuovo interesse, quello per la pittura, per i suoi
contenuti e per il concetto stesso di bello.
Gli Agucchi erano bolognesi e i pittori Ludovico, Agostino e Annibale
Carracci, che avevano una scuola pittorica a Bologna, erano entrati a Roma
con il gradimento papale.
Nel 1602 Annibale vi lavorava per decorare Palazzo Farnese e aveva portato
con s il bolognese Domenichino, poco più che ventenne, come aiutante.
Agucchi divenne sostenitore, dal punto di vista estetico, dei Carracci e
protettore del giovane Domenico Zampieri, detto il Domenichino.
In questo ambiente bolognese, nella corte degli Aldobrandini e al centro
dell'azione promozionale di Giovanni Battista Agucchi, Francesco
Angeloni strinse una buona amicizia con il Domenichino, che, dal 1604 al
1608, abità nella casa di Giovanni Battista Agucchi insieme al ternano.
In quello stesso tempo, monsignor Agucchi scrisse vari saggi di critica
estetica, alcuni dei quali, scelti e messi insieme dal suo segretario
Giovanni Antonio Massani, vanno sotto il nome di Trattato della pittura,
dissertazione incentrata sull'elogio di Annibale Carracci, indicato come
il nuovo Raffaello, inneggiante al classicismo nell'arte figurativa e a
favore di un policentrismo culturale basato sulle scuole regionali di
pittura. Le scuole pittoriche veneta, lombarda, toscana e romana si
unificavano nello stile italiano del Carracci e facevano pensare a
un'Italia federale anche sul piano politico.
Il Trattato fu pubblicato postumo e sotto uno pseudonimo nel 1646,
ma fu elaborato tra il 1603 e il 1610, come ricorda Domenichino in una
lettera a Francesco Angeloni del 1632, in cui il cosiddetto Trattato
è indicato come il discorso che scrisse monsignor Agucchi nel tempo
che stavamo in casa. Nel tempo dell'elaborazione del Trattato,
tra il 1608 e il 1610, Domenichino viveva il fervore della sua prima
grande impresa decorativa, commissionata dal cardinale Odoardo Farnese,
nell'abbazia di Grottaferrata e precisamente nella cappella consacrata
ai santi Nilo e Bartolomeo.
|