Edizioni THYRUS

La magia della parola scritta

 

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Fabrizio Peroni

La fiaccola eterna

 

 

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Il tempo, com per propria natura, trascorse inarrestabile, gli anni si susseguirono, i bruni capelli riccioluti di Thuram, un tempo lontano prediletti dalla giovane sposa, la cui memoria sopravviveva inestinguibile, rapidamente ingrigirono, e il volto, dal quale la freschezza era stata precocemente cancellata dalle fatiche e dalle sofferenze, si solc di rughe. Ma sebbene nell'aspetto non restassero che le tracce d'una giovinezza sacrificata, Thuram conserv nel corpo la vigoria della forte tempra di barbaro. Venticinque anni erano trascorsi dal giorno in cui Marco Licinio era nato ed era stato raccolto e adottato dal nobile patrizio, che aveva voluto prestargli perfino il suo stesso nome.Egli l'aveva visto, sebbene in rare occasioni, crescere sano e forte, l'aveva spiato quando si era potuto allontanare a quello scopo dalla villa senza destare sospetti, scoprendolo a giocare, bambino, con i coetanei del rango nelle strade contigue e nei giardini della villa del console; l'aveva veduto cambiare di anno in anno nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, e aveva saputo anche di quando il ragazzo aveva indossato per la prima volta la toga e si era trasformato in persona adulta. Finch, con il cuore gonfio di orgoglio, lo aveva visto cavalcare per le vie dell'urbe divenuto cavaliere, con indosso la corazza, l'elmo, il cimiero e il gladio infilato al fianco, poiché, entrato nei comizi curiati, aveva intrapreso la carriera militare ed era stato nominato centurione; e lui, Thuram, questo lo aveva appreso fin dal principio, sempre attento com'era a raccogliere voci pertinenti, sebbene senza chiedere, con segni e gesti significativi, a nessuno informazioni, per non rischiare di rivelarsi. S, era diventato proprio un bel giovane, Marco Licinio, membro di una famiglia nobile e potente, da sempre tra le protagoniste della vita pubblica romana, giacch il padre adottivo, già console e condottiero, dopo aver abbandonato per l'avanzata et il comando militare, era entrato a far parte dei padri coscritti, cio membro del Senato, elevato alla carica quale appartenente al partito conservatore che aveva riconquistato, dopo averlo in precedenza in parte perduto, tutto il potere in Roma. La posizione sociale del padre adottivo aveva permesso al giovane Marco di godere delle opportunità che tutti i giovani romani con ambizioni avrebbero desiderato vedersi riconosciute, in particolare quella di intraprendere la carriera militare, terminata la quale, in et matura, chi avesse percorso quella strada con onore, avrebbe stretto fra le mani la chiave per aprire le porte alle cariche civili e amministrative. E nella mente di Marco, come in quella dei giovani d'ogni tempo, si agitavano desideri e sogni, sostenuti dalla consapevolezza che ogni varco era aperto, ogni strada percorribile, ogni scopo ed ogni ambizione perseguibile, solo che chi avesse desiderato raggiungerli, lo avesse fatto con la tenacia dei volenterosi e la consapevolezza del proprio valore. 

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In quel tempo nell'urbe erano appena trascorsi gli anni terribili della dittatura di Silla. Il demiurgo, detentore di un potere assoluto, era morto poco dopo aver restituito spontaneamente la carica ricevuta dal Senato, ed essersi ritirato a godersi, nella villa di Cuma e per soli pochi mesi, quegli otia tanto adorati dall'aristocrazia romana. Silla aveva lasciato in Roma l'impronta della propria forte personalità e dell'opera restauratrice compiuta. Al tempo della nomina, dopo aver richiesto ed ottenuto dal Senato, organismo al quale avrebbe in seguito restituito la compromessa pienezza delle prerogative di governo, il conferimento di poteri straordinari e senza scadenze, Silla, nuovo signore dello Stato, aveva assolto con capacità e determinazione ai compiti affidatigli. Grazie all'ampia libertà di azione ottenuta nella carica, aveva posto fine al disordine delle istituzioni, riformando la pubblica amministrazione in tutte le sue componenti, togliendo potere ai tribuni del popolo per ridurne la demagogia, ma soprattutto aveva separato il potere politico da quello militare, la cui commistione era stata, nell'epoca di instabilità che l'aveva preceduto, la fonte delle violenze, delle prevaricazioni, degli abusi e degli arbitri dispiegati con ogni mezzo nella lotta per la supremazia scatenatasi fra i conservatori e i democratici, di cui l'urbe aveva per lunghi anni sofferto. L'opera di restaurazione promossa a favore del partito conservatore, era perà stata raggiunta solo grazie a strumenti di terrore, Migliaia di cittadini romani, iscritti dal dittatore nelle famigerate liste di proscrizione, erano stati eliminati, o, nel migliore dei casi, avevano subito la confisca del patrimonio. Di conseguenza, un gran numero di schiavi appartenuti alle famiglie dei proscritti erano stati resi liberi, e tuttora vagabondavano tra le campagne dell'agro e le strade cittadine incerca di che sopravvivere, dopo aver abbandonato le ville padronali disfatte. E Roma fu così sommersa da un'ondata di criminalità senza precedenti, perpetrata ad opera di bande di schiavi, anche tra loro collegate, diffuse per il territorio metropolitano e per il circondario, la cui intensità lo Stato faticava a fronteggiare. Nello stesso tempo la città assisteva al fenomeno, anch'esso prima sconosciuto, dell'intrecciarsi di relazioni di complicità fra i sovrintendenti delle grandi tenute terriere ed alcune di quelle bande, dai primi reclutate e armate, le quali, dietro la promessa illusoria d'un rapido arricchimento, eseguivano rapimenti di persone e appropriazioni indebite di terre. A poco valsero, per contenere le violenze perpetrate contro i deboli e la violazione delle leggi, i provvedimenti assunti da Marco Lucullo, a quell'epoca preside dell'amministrazionedella giustizia, che inasprà le pene contro le bande prezzolate. Del resto gli schiavi rubavano per ordine dei signori, anche se non era infrequente assistere al formarsi di brigate autonome che si abbandonavano per proprio conto alla depredazione,

Seppure nell'incertezza dei tempi, le famiglie di Marco Licinio e di Quinto Silone avevano attraversato indenni l'epoca del terrore silliano. L'uno, il nobile patrizio, si era per tradizione schierato a favore del partito conservatore, e ne aveva perci goduto della protezione. L'altro, pur non appartenendo alla nobiltà, bens a quella borghesia mercantile che negli ultimi tempi si era arricchita grazie alla depressione economica, non si era mai interessato di lotta politica, mantenendosene anzi prudentemente a distanza, tanto più in quei tempi terribili, e badando piuttosto ad alimentare un partito del tutto originale, ch'era quello dei propri affari. E li aveva così ben gestiti, che era diventato uno dei più ricchi e facoltosi notabili dell'urbe.Si mormorava in Roma, e con fondamento, che nel proprio cubiculum, Quinto Silone nascondesse numerose robuste casse, alle quali aveva fatto applicare sistemi di chiusura ermetica, di cui custodiva gelosamente le chiavi, colme di denari, di quinari e di sesterzi d'oro e d'argento, nonché di una cospicua quantità di grossi tetradrammi. Tutte le monete in uso corrente a quell'epoca vi erano insomma contenute, e di anno in anno il loro volume si andava ingrossando, E tutto ci in un periodo, qual'era quello silliano, in cui Roma era caduta in gravi difficoltà economiche e finanziarie, dovute alla lunga serie di traversie e di sventure sopportate, conseguenza delle guerre mitridatiche e della secessione compiuta da Sertorio in Spagna. Ambedue quei personaggi, tra loro lontani per ceto e per cultura, e ciascuno nelle proprie condizioni sociali, godevano di prestigio e disponibilità più che sufficienti per concedersi appagamenti e onori, Il figlio di Quinto Silone, coetaneo di Marco Licinio, aveva avuto dal padre soddisfatto ogni desiderio. Era cresciuto nell'ozio e negli agi consentiti dalle ricchezze familiari, lusingato dai genitori, servito dagli schiavi che trattava con l'arroganza di chi è ricco, ma è privo di quella nobiltà d'animo e di sangue della cui mancanza il padre pareva tanto soffrire. Era inoltre conosciuto tra la gioventà romana per l'indole prepotente e spavalda, conseguenza d'un'educazione superficiale e di una vita senza regole, propria di chi sa di poter contare sempre e comunque sulla protezione d'un padre potente in virtà di ingenti disponibilità materiali. Il giovane aveva nutrito, fin dalla prima adolescenza, una grande passione per le corse dei cavalli con la biga, invero assai diffusa tra i romani, competizioni che in quel periodo si svolgevano di frequente al Circo Massimo, insieme ai giochi gladiatori. Trascorreva così metà della sua oziosa giornata nei recinti degli allevamenti, non tanto per assistere ai commerci del padre, cui era indifferente, quanto a cercare e provare gli animali migliori, mai soddisfatto di quelli che usava attaccare alla biga. L'altra metà invece la dedicava a scorazzare da un capo all'altro dell'urbe, e non era raro vederlo alla guida del cocchio orpellato e lustro, spinto ad andatura sfrenata, irrompere tra la gioventà che si dava bel tempo al Campo Marzio, convinto questo fosse il sistema migliore per far invidia ai giovani rampolli e per farsi ammirare dalle più ambite figlie dell'aristocrazia romana. Per il resto del poco tempo che gli rimaneva, seguiva svogliatamente gli studi, spintovi solo dalle insistenze del padre, nonostante che questi non si fosse certo risparmiato in denari spesi nello stipendiare precettori di origine greca, giacch nella Roma del tempo era segno di distinzione e di prestigio affidare a costoro l'istruzione dei figli; tanto più che Silone, distratto com'era dalle proprie mercature, non disponeva di tempo da dedicare all'educazione dell'erede. Gli serviva inoltre per dimostrarsi alla pari delle famiglie di rango cui per nascita non apparteneva, ma nei confronti delle quali seguitava a nutrire un mai sopito e struggente desiderio di emulazione.Marco Licinio era invece cresciuto in un'atmosfera familiare del tutto diversa, insieme alle figlie legittime del console. Questi era proprietario, non solo del titolo di nobiltà, ma anche di vasti possedimenti terrieri e di abbondanti ricchezze trasmesse dagli avi, ed aveva privilegiato l'educazione e l'istruzione propria delle antiche stirpi patrizie che allevavano la prole nella ferma consapevolezza dei doveri da compiere, sia verso la famiglia che verso la società; così che i giovani discendenti erano stati abituati fin dalla più tenera et a non ostentare le ricchezze materiali e a considerarle solo in funzione del perseguimento di scopi per i grandi destini di Roma, dunquesecondarie rispetto a quelle morali. L'antico costume romano prescriveva che fosse affidata al padre l'educazione del figlio maschio, e il console Licinio Veturio, uomo che mostrava di possedere un amore e un rispetto illimitato per le tradizioni, non si era sottratto al dovere, sebbene compiuto nei confronti di un discendente non legittimo, comunque da lui e da tutti considerato come se lo fosse. Il giovane Marco aveva risposto alla perfezione agli insegnamenti impartiti con fermezza e dedizione, manifestando fin dalla prima infanzia chiari segni di viva intelligenza e rara sensibilità. Il suo carattere era stato così formato secondo rigorosi principi, di cui il console si riteneva intransigente custode. Tuttavia, desiderando quest'ultimo conformarsi anche a quella che all'epoca era divenuta nel patriziato un'ostentazione di prestigio, dopo essersi limitato ad insegnare al piccolo Marco gli elementi della conoscenza, e in particolare i princ'pi fondamentali della romanità, lo aveva affidato al litterator, una specie di istitutore, da cui il ragazzo aveva appreso la lingua greca e le nozioni essenziali delle arti, delle scienze e delle teorie filosofiche orientali, dalle quali i romani si sentivano tanto affascinati, forse perché incapaci di elaborarne di originali.Marco aveva così ricevuto, durante l'adolescenza, un istruzione completa, finch, in et adulta, aveva, per proprio desiderio, manifestato la volontà di seguire la carriera militare. E il console Licinio che forse non desiderava se non quella scelta, non solo l'aveva assecondata, ma si era sentito felice di avere un figlio maschio, senza la presenza del quale una famiglia patrizia si considerava come menomata, e orgoglioso di offrire a Roma il braccio e il gladio di un giovane soldato che non tard a mostrarsi forte e coraggioso.

 

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