Capitolo
III
Un
focolare per venti persone
Eppure
allora tu mi sembravi davvero la casa più bella del mondo. Questa cucina vuota,
con i calcinacci lungo le pareti, allora mi sembrava enorme, e infatti era
l'ambiente più grande della casa. Aveva un odore inconfondibile, di pane e di
madia, che noi chiamavamo "mattra"; un lungo tavolo la percorreva da
cima a fondo, costeggiato da due panche e qualche seggiola di paglia. Tutto
fatto in casa. Da veri tuttofare, i nostri adulti non si spaventavano per nulla,
ed erano in grado di fare i falegnami, i fabbri, i muratori, i calzolai e anche
i veterinari; tutto tramandato di generazione in generazione.
Ma
il punto più importante della cucina, e forse di tutta la casa, era il
focolare. Più o meno funzionava tutto l'anno, per cucinare e per riscaldare, o
per cucinare solamente. E cucinare d'agosto davanti al focolare, vi garantisco
che non uno scherzo. C'era sempre un "caldaro" a bollire appeso
sopra il fuoco, e vi si cuoceva di tutto, vi si bollivano le verdure, le patate,
vi si cuoceva la pasta la domenica. Poi si stendeva la brace in avanti, e sopra
al braciere si metteva la pignatta di coccio per cuocere i legumi, fagioli,
ceci, farro. I due lati coperti del focolare, i cantoni, erano riservati ai
vecchi, i nonni della famiglia che passavano l i momenti più lunghi, e si
occupavano della cottura, di ravvivare il fuoco, di avvertire la cuoca della
situazione.
Ognuno
in casa aveva un compito, che finiva per essere quello in cui dimostrava più
abilità, e noi in cucina ci eravamo affidati alla zia Marietta. Era una cuoca
bravissima, capace di organizzarsi molto bene e di far rendere al massimo le
povere cose con cui ogni giorno doveva tirar fuori il necessario per tutti.
Ricordo quante volte l'ho aiutata rimanendo vicino al fuoco, girando la polenta
nella grossa pignatta di rame. Lei ci metteva tutto il suo impegno e la sua
fatica perché venisse bene, senza appallottolarsi, e girava e girava con il
mestolo mentre io tenevo fermi i manici della pignatta. Poi si asciugava la
fronte con il grembiule e andava a preparare la tavola per le venti persone che
ogni giorno la riempivano. La sua polenta era famosa, e ancora più successo
aveva "la maritata", la polenta cio mischiata con i fagioli.
Se
penso alle famiglie di oggi, non sembra vero che allora, con venti persone sotto
lo stesso tetto, fosse così facile andare d'accordo. Nella mia famiglia c'era
una grande armonia, che derivava certo anche dall'accet-tazione di una certa
gerarchia. C'erano gli anziani che comandavano finch rimanevano attivi, e i più
giovani ubbidivano attendendo il loro turno. Ma subito dopo la Guerra non fu più
così.
Gli
uomini che contavano nella mia famiglia erano mio padre e i suoi due fratelli.
Lo zio Peppino era il più grande, e non sopportava di stare chiuso in casa, lui
era felice quando al mattino prendeva la sua zappa e la sua vanga per andare nei
campi. E controllava tutte le colture e le piante, accudiva ogni campo come
fosse un figlio, era bravo a potare, a fare gli innesti, a capire lo stato del
terreno.
Lo
zio Mariano era un ottimo bifolco, aveva una passione per gli animali e si
prendeva cura dei buoi e delle mucche, che erano il vero patrimonio di ogni casa
contadina. Passava notti intere nella stalla quando qualche bestia stava male, e
si ingegnava a trovare rimedi e soluzioni a ogni problema. Conosceva i buoi uno
per uno, e quando li portava a lavorare la terra o a fare qualche trasporto,
sapeva come accoppiarli. Tra i buoi c'era sempre qualcuno più volenteroso e
qualcuno che invece faceva solo finta di tirare, o quello che spingeva più da
un lato che dall'altro. E c'erano poi animali che non si potevano vedere, che
avevano già litigato e che non perdevano occasione per scontrarsi di nuovo, e
il bravo bifolco non si faceva mai prendere di sorpresa. Li guidava con
sicurezza, con parole di incitamento o semplici schiocchi di lingua, sembrava
comunicare meglio con loro che con i cristiani.
Infine
c'era mio padre Giocondo, buono come il suo nome. Non si arrabbiava mai, nemmeno
se lo provocavano; tanto che qualcuno pure se ne risentiva. Ricordo ancora la
zia che gli diceva "Non so come fate", gli adulti si davano tutti del
voi, "siete Giocondo di nome e di fatto. Per voi tutto va sempre
bene". Lui era adatto per fare le commissioni, per trattare con il padrone
e i vicini. Ci volevano tante cose per la famiglia, lui andava a portare il
latte tutte le mattine, casa per casa, a tutto il vicinato. E tutti gli volevano
bene, specie quelli più poveri, per i quali le porzioni erano sempre abbondanti
nei misurini d'alluminio. Aveva anche imparato a fare le iniezioni e così
doveva correre notte e giorno nelle case di quelli che venivano a chiamarlo. E,
buono com'era, finiva per trattenersi, se c'era bisogno, a consolare e curare
per notti intere, con i rimedi che aveva imparato dai miei nonni e bisnonni.
Adesso
è venuto fuori un sole improvviso, e, fuori dalla finestra, rivedo la sua luce
dorata. Lo stesso sole, nella stessa posizione di allora, dalla stessa finestra.
Ma tu, casa, non sei più la stessa, così malandata, trascurata come la
campagna intorno, come l'aia divorata dai rovi e dalle erbacce, come la
porcilaia dal tetto sfondato. Quella bella campagna verde, uguale e silenziosa
non c' più, i miei occhi stanchi non vedono più fiori e frutti ma solo
strade e capannoni. Non è solo nostalgia, ma questa campagna era davvero
stupenda, su questa piatta striscia di terra che arriva laggi, dove il
Chiascio e il Tevere si incontrano.
Rivedo
l'aia piena di polli, oche, anatre, risento le mucche lamentarsi perché
l'ora di allattare i vitellini, rivedo la bocca rovente del forno da dove usciva
il pane una volta la settimana, croccante, profumato. Risento l'odore forte, di
chiuso, della cantina, dove si andava col vicino o col compare a spillare il
vino novello, o si regalava una bottiglia all'ospite venuto a trovarci dal
paese.
Rivedo
passare con la sua camminata decisa la zia Natalina, la massaia di casa. Era
bravissima nel suo ruolo, era la più anziana delle nuore, e teneva il controllo
di tutta la casa; l'altra zia Marietta, e mia madre Teresa, la rispettavano e un
po' la temevano, così doveva essere. Zia Natalina era una donna molto forte di
carattere, sapeva sempre quello che faceva, e incuteva rispetto a tutti, anche
noi le ubbidivamo più che alle nostre rispettive madri. Anche perché per
qualunque cosa dovevamo ricorrere a lei, lei stabiliva a chi spettava biancheria
nuova o vestiti nuovi, lei decideva cosa comprare al mercato. E amministrava con
una saggezza e un'equità che tutti le riconoscevano.
Dovevamo
ricorrere a lei anche per cuocere un uovo, e lei faceva parti uguali per tutti,
inclusi i suoi cinque figli maschi. Tanto che, uno di essi, che aveva una vera
passione per le uova crude, visto che la madre non lo favoriva affatto, escogità
un trucco riuscendo a non farsi mai sorprendere. Appena si accorgeva di un uovo
non ancora raccolto, lo prendeva e con un ago lo forava alle due estremità. Così
riusciva a succhiarlo tutto senza rompere il guscio, che poi rimetteva, vuoto,
al suo posto mentre ancora la gallina tutta orgogliosa cantava per annunciare il
frutto del suo lavoro.
E
questa grande camera, adesso nuda e scalcinata, era la camera di zia Marietta.
Che tristezza questo vuoto e queste travi tarlate. Son sicura che le pareti mi
ricordano ancora, riconosco l il segno dov'era la Madonna di Pompei. In cima
al letto matrimoniale, l'unico ornamento della nostra casa spoglia dove anche
gli armadi erano un lusso che non ci potevamo permettere. Le camere erano tante,
ma mal divise, o troppo grandi o troppo piccole, così si dormiva un po' tutti
insieme, con letti naturalmente fatti in casa. In questa stanza la zia e lo zio
avevano una bella lettiera di ferro, unico regalo di nozze, ma, come noi,
avevano al posto del materasso un sacco di foglie secche.
Noi
venivamo separati tra maschi e femmine, e io dormivo in questa camera con la mia
sorellina e una cuginetta. Il nostro letto era messo in fondo, al lato opposto a
quello degli zii, era molto semplice, fatto con tre banchetti di legno su cui
era appoggiata una tavola grande abbastanza, e, sopra, un bel sacco di foglie.
Alla fine dell'estate si mettevano da parte le foglie del granturco, che sono
belle lunghe, sottili, e anche asciutte conservavano una buona elasticità. Poi,
quando ce n'era bisogno, le donne si mettevano con il fuso a filare la stoppa,
che faceva un filo resistente, color paglia. In casa non poteva mancare il
telaio, con cui si faceva la maggior parte della biancheria e si intessevano
anche quei grandi sacchi di stoppa che dovevano servire da materasso.
Devo dire che io
ci dormivo molto bene, erano abbastanza caldi, l'unico inconveniente era che le
foglie secche erano rumorose, per cui anche il più piccolo movimento provocava
uno scricchiolio come quello di un sacchetto di palatine fritte. Non tutte le
notti erano quindi ugualmente silenziose, specialmente in queste camere comuni
dove si dormiva insieme a coppie di sposi ancora giovani che solo nella notte
avevano gli unici momenti di pace, di riposo e di intimità. Oppure poteva
capitare che qualche animaletto, o qualche topo riusciva a infilarsi dentro il
sacco, e, nel silenzio assoluto di quelle notti in campagna, si sentivano rumorini misteriosi e prolungati proprio sotto di noi.